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Bossi: la fine di un incubo

Bossi ha costituito il sogno per milioni di fedelissimi militanti, intontiti dall’amore per il grande capo e ora il susseguirsi dei fatti ha distrutto brutalmente quel sogno trasformandolo  in tragedia.

Per molti, invece, quel sogno era svanito già dal ‘94-‘95 quando,  per mobbing politico o per espulsioni, ha avuto inizio il primo esodo di massa la Lega Nord.

Erano gli anni dell’epurazione di Miglio e di tutti quelli che, essendo dotati di autonomia pensante avevano avuto il coraggio di manifestare  senso critico, quelli che nella loro vita mai hanno barattato i loro ideali e per questo  erano d’ostacolo alla realizzazione del progetto del capo.

Già in quegli anni era chiaro che un movimento nato federalista, rivoluzionario e  popolare, si sarebbe presto trasformato in un partito assolutista, dove il culto per il capo si avvicinava pericolosamente  a modelli politici carenti di democrazia di triste memoria.

Militando nella Lega Nord, come segretario di Sezione ho potuto personalmente rilevare che il sistema imposto dal Vertice di Milano era tutto fuorché federalista: l’acquisizione del simbolo della Liga Veneta da parte della Lega Nord che ne diventava l’indiscussa proprietaria, la cancellazione del Leone di San Marco dal simbolo ufficiale della LN a favore del sole celtico, il logo Lega Nord che sovrastava qualsiasi riferimento alla Liga Veneta, i giornalini farciti di immagini a tutta pagina del capo e l’obbligo, per tutte le sezioni, di porre al visto preventivo di Via Bellerio  qualsiasi documento e iniziativa inerenti il territorio!

Tutti segnali che già agli albori andavano nella  direzione opposta del federalismo e verso quella di un partito assolutista, dove la strada non aveva ostacoli solo per chi rispondeva sempre “si”, senza spirito critico e senza proposte,  gli yesman.

Me ne sono uscito dalla Lega Nord nel 95, costretto dai militanti della Sezione perché a fine ‘94, avevo osato  chiedere le dimissioni di Bossi ritenendo fallimentare il suo operato.

Ma i campanelli di allarme di quello che sarebbe successo non hanno scosso le coscienze dei militanti, mai e poi mai.

Storditi dall’attrazione  per il capo indiscusso, non hanno mai sollevato critiche per l’affare Patelli, per le vicende della Credit-Euro-Nord, la banca fallita, per gli investimenti altrettanto fallimentari in Croazia, per la “strana “ reazione alla presa del campanile di San Marco, per le dichiarazioni che negavano l’esistenza del Popolo Veneto, per le alleanze politiche tanto facilmente pattuite  quanto disinvoltamente tradite, per l’insediamento nelle stanze del potere romano e per la condivisione dello stesso ma, quello ben più grave, per l’annacquamento degli ideali che hanno portato via via un tourbillon di obiettivi dalla secessione al federalismo, dalla devolution al federalismo fiscale senza mai arrivare ad un risultato concreto. Non si sono mai resi conto che Bossi è figlio del sistema Italia e che, grazie alla loro complicità, ha tenuto sopite tutte le velleità di indipendenza del Popolo Veneto per 30 anni.

Un fatto che mi ha coinvolto personalmente, tenuto segreto fino ad ora per decenza, me ne ha dato prova inconfutabile. Era il ’99 e contattai un deputato della Lega Nord proponendogli di lasciare quel partito per entrare a far parte del Fronte Marco Polo, sperando di risvegliare in lui l’orgoglio innato di essere veneto.  La sua risposta – da politico padano , non da uomo veneto – in presenza di un testimone, rivolto a me, fu questa: “Sei tu il problema? Vuoi un posto in Provincia o in Regione?”.

Mi ha offerto denaro perché rinunciassi a sognare l’indipendenza del Veneto e a rompere i coglioni.

Quando un rivoluzionario, come allora poteva essere considerato un esponente politico della Lega Nord, entra nell’ordine delle idee che uomini e ideali possano essere comperati o venduti, ha già completato l’evoluzione: è un uomo di potere che vive solo per il potere, idem per il partito.

Così impostato, rivoluzionario fuori e conservatore ortodosso dentro, il partito  è diventato un’attrazione fatale per militanti creduloni, in buona fede  ingabbiati dalle sparate secessioniste di Pontida e ha tenuto sotto controllo le spinte indipendentiste venete per tre decenni.

L’incubo ora è finito!

L’uscita patetica e ingloriosa del padre padrone della Lega Nord, apre nuovi scenari inimmaginabili e imprevedibili che potrebbero accelerare di non poco il processo di indipendenza del Popolo Veneto.

Daniele Quaglia

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