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Elusione fiscale: anche le aziende di Stato ci fanno fessi!

Ci dicono che il male di mali sarebbe costituito dal lavoro nero e dall’evasione fiscale che invece, rimanendo sul territorio  creano comunque ricchezza economica. L’elusione, che null’altro è se non un’evasione fiscale legalizzata, porta i capitali nei paradisi fiscali e da qui in giro per il mondo, sottraendoli al luogo d’origine depauperandolo fino alla miseria.

E allora, le tasse?

Le paga solo il cittadino! Da Ikea ad Amazon, da Pepsi a tutte le banche (maledette) piu’ ricche e potenti, vige la legge del paradiso fiscale. E sai chi ne fu l’artefice? Il “capo dei capi” della commissione europea. Leggi cosa hanno scoperto.

Tratto da http://www.grandecocomero.com/junker-esenzioni-fiscali-tasse-banche-multinazionali/

Era annunciato ed è arrivato. Un gruppo di giornali europei – fra cui Guardian, Le Soir e Sdz – ha pubblicato i documenti del Luxleaks, il frutto di una lunga inchiesta giornalistica collettiva sul Granducato e sul suo ruolo di paradiso fiscale nel cuore dell’Ue. Oltre 28 mila pagine di accordi e carte riservate raccontano il funzionamento di un meccanismo che in fondo tutti conoscevano, quello che permetteva ai clienti del piccolo stato europeo di pagare meno tasse, con metodi legali (in genere), sebbene furbetti. Col risultato di evitare il pagamento di miliardi di euro (e dollari) di imposte che avrebbero potuto far più ricchi gli erari di molti altri paesi.

I documenti provano che molte società hanno, ad esempio, profittato di una complessa rete di prestiti intragruppo per alleggerire il peso impositivo a livello conglomerato.

Stephen Shay, professore ad Harvard, ne deduce che “il Lussemburgo è una sorta di terra incarnata delle fate”. Nella quale, a vedere i documenti pubblicati su Internet, hanno albergato numerosi gruppi italiani come Finmeccanica, Banca delle Marche, Banca Sella, IntesaSanPaolo, Unicredit, Ubibanca. Altri nomi saranno svelati nelle prossime ore. Nessuna sorpresa, ci sono tutti o quasi i big degli affari europei, da Amazon a Ikea. Tutti in cerca di risparmio con formule che, va ricordato, sino a prova contraria sono legali. Anche se il gioco degli intrecci autorizzati ha portato a pagare tasse zero e dell’1 per cento (è il caso della britannica Dyson).

Al di là di questo, l’inchiesta è destinata a creare imbarazzo per il neopresidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, per oltre vent’anni ministro delle Finanze e premier del Gran Ducato. Le rilevazioni dell’International Consortium of Investigative Journalists reports lo costringeranno a misurarsi col sistema lussemburghese delle “decisioni anticipate” che permettono di aggirare obblighi fiscali miliardari. Dovrà probabilmente dare spiegazioni all’opinione pubblica come ai leader – vedi il britannico Cameron – che da sempre si battono contro i paradisi fiscali nel bel mezzo della terrena Europa. “Non frenerò le inchieste della Commissione Ue, lo troverei indecente” ha detto ieri mattina Juncker. Dichiarazione inevitabile. Ma tutto lascia pensare che non finisca qui.

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Lussemburgo, il buco nero delle tasse
Svelati per la prima volta gli accordi segreti tra il governo del Lussemburgo, a lungo guidato da Jean-Claude Juncker (ora alla guida dell’Unione Europea) e trecento aziende. Da Amazon a Ikea, da Deutsche Bank a Procter & Gamble, da Pepsi a Gazprom: operazioni per spostare flussi finanziari enormi pagando tasse minime. Nei dossier i patti fiscali di 31 società italiane o operanti nel nostro paese

C’è un buco nero nel cuore dell’Europa: è il Lussemburgo, dove convergono flussi finanziari enormi in cerca di tasse minime. Un’emorragia di fondi, perfettamente legale, che sottrae risorse dall’economia del resto dell’Ue.
Dalle multinazionali alle banche, dalle imprese famigliari ai grandi marchi della moda, migliaia di società hanno trovato rifugio all’ombra del fisco leggero del Granducato: un sistema cresciuto anche grazie al lungo governo di Jean-Claude Juncker, premier per 18 anni e ora alla guida della Commissione europea.

L’Espresso” nel numero in edicola (e online su E+ ) svela i contenuti degli accordi fiscali segreti tra le autorità lussemburghesi e trecento società di tutto il mondo, tra cui 31 italiane o operanti nel nostro paese. Grazie a queste intese, il peso delle tasse è stato ridotto in misura sostanziale, se non azzerato.

Si tratta di 28 mila pagine di documenti raccolti da un network giornalistico americano, The International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), che viene pubblicato in contemporanea da 26 testate di diversi Paesi.

Nei file troviamo alcuni dei marchi più conosciuti del business mondiale: da Amazon a Ikea, da Deutsche Bank a Procter & Gamble, da Pepsi a Gazprom. I più grandi gruppi sono di casa in Lussemburgo, dove si mettono a punto piani per cospicui finanziamenti.

La palma va a Procter & Gamble: quasi 80 miliardi di dollari a suon di certificati che coinvolgono anche la filiale italiana di Roma. Segue l’americana Abbott Laboratories: oltre 50 miliardi di dollari. E, ancora, tra i tanti protagonisti, Bayerische Landesbank: 500 milioni di euro; Carlyle Group: 240 milioni di sterline e 150 milioni di dollari; Eon Group: 2,55 miliardi di euro; Gazprom: 4 miliardi di dollari; Glaxo Smith Kline: 6,25 miliardi di sterline; Heinz: 5,7 miliardi di dollari; il fondo Permira, che controlla Hugo Boss insieme ad alcuni membri della famiglia Marzotto: 284 milioni di sterline.

Numerose le operazioni lussemburghesi relative ad attività in Italia esaminate da “l’Espresso” ( leggi ). Il colosso immobiliare Hines con i capitali raccolti in Lussemburgo ha ridisegnato, tra grattacieli, giardini e nuove strade, una fetta importante del centro di Milano, tra i quartieri Isola, Garibaldi, Porta Nuova e Varesine. Hines è guidata in Italia da Manfredi Catella, a lungo finanziato da Salvatore Ligresti, poi uscito di scena causa dissesto.

Ma nelle carte analizzate insieme a banche come Intesa San Paolo,  UnicreditMarche e Sella o aziende di Stato come Finmeccanica, compaiono anche i fondi immobiliari targati Deutsche Bank, che insieme al gruppo Pirelli di Marco Tronchetti Provera si sono messi in affari con la Regione Sicilia dell’allora governatore Salvatore Cuffaro. E c’è persino un accordo fiscale concluso da Finmeccanica: anche la società a controllo statale ha scelto la strada del Granducato per ridurre l’impatto delle tasse.

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