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Giustizia Veneta

La cattiva amministrazione del bene comune era soggetta a pene severissime e pochi cadevano nella tentazione di usare il denaro del Prencipe (della Repubblica) per uso personale

Nella Serenissima Repubblica non erano previsti specifici reati di corruzione e concussione ma le due fattispecie si inserivano nella cattiva gestione del denaro pubblico e le pene previste erano esemplari.

Un esempio?

Nel 1752 quando fu accertato che Francesco Magno, “quaderniere” dei Provveditori agli Ori ed Argenti, aveva provocato un ammanco allo Stato di 5.974 ducati per aver effettuato contratti di cessione di interessi sopra capitali altrui (esistenti nella Zecca di Stato, oppure inventati ad arte), ottenuti contraffacendo le firme dei cedenti: in tal modo obbligava il governo a corresponsioni non dovute. Finì sul patibolo e la sua numerosa famiglia fu ridotta al lastrico.

Ancora nel 1614 Giovanni Maria Maffei, reo di aver sottratto 4.000 ducati dai fondi destinati all’assistenza pubblica, cerca rifugio fuggendo a Roma da dove fu estradato a seguito di bando perpetuo e definitivo, rientrando a Venezia per trovare pubblica esecuzione.

Per gli amministratori pubblici di estrazione cittadina veniva comminata la pena di morte come sopra, mentre per i nobili, la Repubblica riservava un trattamento di riguardo come nel caso di Zuan Emo, Camerlengo (tesoriere) condannato a presentarsi, entro un mese dalla condanna, alle Prigioni per essere mandato nell’isola di Candia (Creta) per la sua relegazione a vita, con obbligo di presentarsi due volte alla settimana al Rettore del luogo e, nel corso dello stesso mese, doveva presentare l’idonea fideiussione di 8.000 ducati che aveva sottratto allo Stato. L’inosservanza della pena avrebbe comportato per lui: bando perpetuo e definitivo da tutte le terre e navigli; taglia di 1.500 ducati da versare a chi lo avesse catturato; ergastolo da scontarsi in prexon forte con i ferri ai piedi. Pressoché impossibile ottenere una qualche grazia e, come per tutti i nobili rei di mala Administration, il suo nome ed il fatto commesso venivano scanditi nella Grande Sala del Maggior Consiglio, la prima domenica di Quaresima di ogni anno, fino al giungere della morte.

Con tali leggi, molti degli odierni amministratori e funzionari della repubblica italiana penderebbero dal patibolo in favore di una più sana amministrazione dei soldi comuni.

Daniele Quaglia

tratto da: Giustizia Veneta – Lo spirito veneto nelle leggi criminali della Repubblica – di Edoardo Rubini (Filippi Editore – Venezia)

Una risposta a Giustizia Veneta

  • lorenzo. scrive:

    venezia28gennaio2020.
    perche’non riportare la pena di morte in italia?
    mafia.sacra corona unita.ndranghetta.cosa nostra.
    risorgimento del sud italia.
    italia liberata.
    ciao.

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