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Il lockdown provoca più morti

Vari studi statistici dimostrano matematicamente che le misure restrittive messe in campo dai governi, oltre ad essere ininfluenti sul controllo del contagio da covid19, produrrebbero si una riduzione della pressione sulle terapie intensive al costo, però, di una maggiore mortalità nel lungo periodo e non solo. (DQ)

Andrew Atkeson e colleghi hanno confrontato i dati di contagio e mortalità in 25 stati degli USA e in 25 paesi (i primi per livello di contagio) e li hanno messi in relazione con il diverso grado di restrizioni adottate in queste 50 unità di analisi (7). Hanno concluso che non esiste una correlazione statisticamente significativa e suggeriscono che l’andamento della pandemia sia una invariante non impattata da quelle che loro chiamano politiche non farmaceutiche di intervento, ovvero diversi gradi di distanziamento sociale e lockdown.

Rabail Chaudry e colleghi hanno realizzato uno studio comparativo dei 50 paesi con il più alto livello di contagio che è stato pubblicato da The Lancet (8). Anche in questo caso i dati sul livello del contagio e sulla mortalità sono stati messi in correlazione con il grado di adozione di misure di distanziamento sociale e lockdown, nonché con altre variabili demografiche (i.e., età mediana della popolazione) socioeconomiche (i.e., tasso di obesità, livelli di diseguaglianza di reddito, PIL pro-capite), e con misure del livello di preparazione dei sistemi sanitari. Il risultato più rilevante è che il livello del contagio e il tasso di mortalità risultano fortemente correlati con il tasso di obesità e con l’età mediana della popolazione, ma non con le misure restrittive adottate. Il livello di mortalità non è più basso nei paesi che hanno adottato subito severe restrizioni rispetto ad altri paesi che lo hanno fatto in ritardo, oppure hanno adottato misure più leggere, oppure non ne hanno adottata nessuna.

In Germania, Thomas Wieland ha analizzato i dati di 412 province tedesche e ha concluso che la diffusione del contagio era in calo prima dell’inizio del lockdown nazionale e che le misure di coprifuoco aggiuntive introdotte in Baviera e in altri stati non hanno avuto alcun effetto (9).

Simon Wood, dopo una rigorosa e sofisticata analisi statistica, ha concluso che il contagio nel Regno Unito era cominciato a scendere prima del lockdown nazionale introdotto il 24 marzo e che anche in Svezia il contagio è iniziato a diminuire 2 giorni dopo rispetto al Regno Unito (10). Un’altra analisi, quindi che suggerisce come l’andamento del contagio sia un invariante non impattata dalle politiche di distanziamento sociale.

Infine, un team di esperti di fisica e modelli di simulazione dell’Università di Edimburgo, ha pubblicato sul British Medical Journal un articolo che, usando lo stesso modello del Imperial College (quello che ha indotto Johnson ad introdurre il lockdown nazionale) ma alimentandolo con migliori dati e ipotesi che sembrano più realistiche sul livello di R, giungono a conclusioni che appaiono profetiche. Secondo questi studiosi, se implementato correttamente, questo modello avrebbe predetto una riduzione della pressione sulle terapie intensive a seguito del lockdown, ma anche che il lockdown avrebbe prolungato la pandemia e causato più morti. Gli autori concludono che, al contrario di una strategia focalizzata sulla protezione delle fasce più deboli della popolazione, il lockdown generalizzato produce una riduzione della pressione sulle terapie al costo di un maggiore numero di morti nel lungo periodo. Si tenga conto che l’articolo è stato accettato il 15 settembre e quindi, dati i tempi della revisione da parte dei pari, queste predizioni sono state fatte molto prima che si avesse evidenza della seconda ondata.

Tratto da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2020/11/27/covid-lockdown-emergenza-paura/

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giacomo tonon
giacomo tonon
3 mesi fa

COPARLI TUTI L’E’ L’UNICA SOLUZHION !!!!