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La truffa italiana dei plebisciti

Non solo il Veneto fu truffato, ma tutti i Popoli italici nel cui territorio si svolsero i plebisciti di annessione.

Questa volta parliamo dei due Plebisciti per l’annessione di Nizza e Savoia, allora piemontesi, alla Francia, organizzati dai Savoja quando il passaggio di proprietà di quei territori era già stato deciso, declassando i plebisciti da espressione di volontà popolare a pura formalità burocratica.

I fatti

Per ottenere l’aiuto di Napoleone III nella seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria, Cavour accordò la cessione di Nizza e la Savoia, allora piemontesi, come contropartita nella speranza di riuscire a cambiare i termini del trattato in corso d’opera.

Ma Napoleone III fu intransigente e di fronte alle non tanto velate sue minacce, Cavour dovette arrendersi alle giuste pretese tanto che, in una lettera all’Avvocato generale di Chambéry, del 21 marzo 1860, Cavour così si esprimeva: “E’ nostro dovere rassegnarci al doloroso sacrificio delle province transalpine … E’ necessario che si voti liberamente, ma che gli amici dell’Italia si adoperino onde il voto sia favorevole alla Francia”.

Da allora il governo piemontese avrebbe destituito i suoi funzionari amministrativi, per favorire la nomina di burocrati pubblici vicini alla Francia e disposto il ritiro delle sue truppe da Nizza e dalla Savoia per favorire l’ingresso dei soldati francesi.

Il 5 aprile 1860 si decisero le date per i due plebisciti: 15-16 aprile per Nizza; 22-23 aprile per la Savoia.

Garibaldi, nato a Nizza, era contrario alla cessione della sua città alla Francia e in un discorso al Parlamento di Torino denunciò: “La pressione sotto la quale si trova schiacciato il popolo di Nizza; la presenza di numerosi agenti di polizia, le lusinghe, le minacce senza risparmio esercitate su quelle povere popolazioni; la compressione che impiega il Governo per coadiuvare l’unione alla Francia, come risulta dal proclama del governatore Lubonis; l’assenza da Nizza di moltissimi cittadini nostri, obbligati ad abbandonarla per motivi suddetti; la precipitazione ed il modo con cui si chiede il voto di quella popolazione, tutte queste circostanze tolgono al suffragio universale il suo vero carattere di libertà

Quando le urne dei plebisciti si aprirono, le operazioni si svolsero alla presenza delle truppe francesi [in Veneto quelle italiane] e sotto la vigilanza della guardia nazionale [in Veneto i carabinieri]. I biglietti per il SI erano distribuiti ovunque, a differenza di quelli con il NO [che non erano stati stampati] e chi voleva esprimersi per il NO doveva annotarlo di sua mano su un foglietto. Un modo per identificarlo.

A Nizza, dove al Parlamento torinese qualche settimana prima erano stati eletti solo deputati contrari all’annessione [alla Francia], i voti favorevoli a questa furono [inspiegabilmente] 25.743, solo 160 i NO e 30 le schede nulle. Che fine avevano fatto i voti, la maggioranza assoluta, dei contrari all’annessione? 

In Savoia, dove tre settimane prima erano state raccolte 13.000 firme contro l’annessione alla Francia, i voti contrari risultarono solo 235, 75 furono le schede nulle e 130.533 i favorevoli. Che fine avevano fatto quei 13.000 contrari di appena 21 giorni prima?

Inutile sottolineare le analogie con quanto accaduto anche in Veneto nel 1866 perché tutti i plebisciti di annessione all’Italia si sono svolti con questa italica consolidata prassi.

Quanta pena fanno quei citrulli che sostengono, convinti, la legalità di quei plebisciti truffaldini.

Daniele Quaglia

tratto da “Controstoria dell’Unità d’Italia” – fatti e misfatti del risorgimento- di Gigi Di Fiore ed. BUR

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