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Morire di virus o di fame?

Se per combattere un’emergenza si rischia di cadere in un’altra, non si rischia k’el takòn sipia pèxo del xbrego?

Tutti prima o poi saremo chiamati al cospetto del Padreterno ma, nella situazione attuale, questo potrebbe avvenire ben prima di quanto si possa immaginare.

La minaccia più immediata sembra essere quella del contagio da coronavirus e, per tale motivo, i politici hanno pensato di evitare il più possibile il contatto fisico umano disponendo la chiusura di gran parte delle attività produttive ritenute non strategiche.

Ma in un’economia composta in prevalenza da piccole aziende tutte sono, in qualche maniera connesse, e l’una diventa strategica all’altra, per cui la chiusura anche di alcune è in grado di compromettere tutto il sistema economico produttivo.

Cosa faremmo se una volta sfuggiti al pericolo del coronavirus ci accorgessimo che negli scaffali non c’è più nulla da comperare?

Si passerebbe da un’emergenza sanitaria ad un’emergenza da carestia, non meno pericolosa della prima.

Certo, in questi frangenti non è facile prendere decisioni, ma quella di chiudere tutto, secondo Alberto Mingardi autore di questo articolo https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=alberto+mingardi+la+stampa non sembra essere la soluzione migliore.

E, a ben pensarci, non ha tutti i torti!

Daniele Quaglia

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