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Pace fiscale: non aderire e resistere?

Questo è il caso tipico in cui lo Stato si trova a fare i conti con la sua controversa legislazione per la quale, spesso e volentieri, le sue stesse norme sono in conflitto.

La pace fiscale, così come attualmente pensata, oltre ad essere discriminante, vedi qui https://www.life.it/1/pace-fiscale-e-discriminazione/ e qui https://www.life.it/1/pace-fiscale-life-ha-ragione/ , non attrae certamente le imprese e se qualcuno dei governanti pensava di incamerare milioni di euro e

sistemare un po’ i conti del Paese Italia, sarà costretto a ricredersi e per poter sperare in un miracolo dovrà mettere mano alle forbici per allargare le maglie, troppo strette, delle condizioni che non favoriscono l’adesione delle aziende al disegno.

La questione è arcinota alle Commissioni Tributarie grazie ad alcune sentenze della Corte di Cassazione che incentivano chi ha un vecchio contenzioso col fisco a perseguire la strada dei ricorsi piuttosto che aderire a simile pace.

Questo stimolo è dovuto per espressa norma, il DPR 602/1973 che all’ Art.26 comma.5 così dispone: “Il concessionario [Equitalia/Agenzia delle Entrate, Riscossione] deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento ed ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione”.

In ossequio a questa norma, l’Esattore ha sistematicamente distrutto gli originali delle notifiche più vecchi di 5 anni e non è più in grado di esibire, a richiesta del debitore, l’originale delle notifiche effettuate prima di questo termine, da ciò l’inevitabile prescrizione di quei debiti.

Ma l’iter legale per arrivare a tale conclusione ha un costo che comunque converrebbe sostenere in vista di veder annullato il debito con lo Stato, di conseguenza, l’adesione alla pace fiscale sarebbe conveniente solo qualora la somma da pagare non superasse più di tanto le spese legali necessarie per un ricorso dall’esito favorevole, scontato.

Esempio: se, in base al DPR citato, il ricorso per un debito erariale di 100.000 euro costasse presumibilmente 10.000 euro per spese legali, l’adesione alla pace fiscale sarebbe conveniente solo se la somma da pagare fosse quanto più vicina a 10.000 euro.

In caso contrario, invece di pagare il debito al netto di sanzioni e interessi che da 100.000 potrebbe ridursi a 80.000 come proposto dalla pace fiscale, sarebbe molto più conveniente resistere e fare ricorso spendendo 10.000 euro e ottenere l’annullamento del debito per intervenuta prescrizione.

E’ questo che si prefigge la pace fiscale? Ingrassare le casse degli studi legali e lasciare vuote quelle dello Stato?

Allo Stato, la libertà di deviare questi ipotetici 10.000 euro invogliando le aziende con una proposta di pace fiscale non troppo lontana da quanto costerebbe un eventuale ricorso.

Nessuno aderirà per pagare 100 o 80, ma per pagare 10 tutti sarebbero disposti a farlo e lo Stato avrebbe raggiunto il suo scopo.

Daniele Quaglia

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