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Quando “eseguire gli ordini” è atto criminale

Da Norimberga al processo Eichmann: il pretesto di “eseguire gli ordini” non è difesa legittima per gli atti criminali.  Dedicato a tutti i funzionari dello Stato italiano, in generale, e ai funzionari di Agenzia delle Entrate e di Equitalia del Veneto, in particolare, che con la loro opera di sottrazione delle risorse hanno ostacolato criminalmente il processo di autodeterminazione del Popo£o Veneto violando  i diritti dell’uomo. Per ciò deferiti da LIFE-APV al Tribunale del Popo£o Veneto – Alta Korte de Justithia, competente per gli affari extraterritoriali, che si riunirà in udienza preliminare Sabato 14 gennaio 2017 ore 09,30 nella sede di Spresiano (TV).

Quello ad Eichmann fu il primo processo per crimini contro l’umanità a svolgersi in Israele e il primo evento di questo tipo ad essere trasmesso in televisione. Fino ad allora il processo più famoso contro gli ufficiali nazisti era stato quello di Norimberga che tra il 1945 e il 1946 ebbe un ruolo importantissimo nello stabilire innanzitutto che “eseguire gli ordini” non era una difesa legittima per atti criminali.

Il processo iniziò l’11 aprile del 1961 presso la corte distrettuale di Gerusalemme, che nell’ordinamento giurisdizionale del paese, era competente anche per gli affari extraterritoriali.

Eichmann doveva rispondere di quindici imputazioni, avendo commesso, «in concorso con altri», crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista.

Per tutta la durata del processo l’avvocato di Eichmann continuò a ripetere che l’imputato non poteva essere processato a Gerusalemme e Eichmann stesso si difese affermando che stava semplicemente eseguendo degli ordini: «Questi ebrei erano destinati ai campi di sterminio? Sì o no?», gli venne esplicitamente chiesto. E lui: «Non lo nego. Non l’ho mai negato. Ricevevo degli ordini e dovevo eseguirli in virtù del mio giuramento. Non potevo sottrarmi e non ho mai provato a farlo. Ma non ho mai agito secondo la mia volontà». E ancora: «Questo vuol dire che lei era totalmente passivo?». Eichmann: «Passivo, non direi proprio. Facevo ciò che ho appena detto, obbedendo ed eseguendo gli ordini che ricevevo (…) Io non ero un imbecille, ma ricevevo ordini».

I più famosi e significativi resoconti del processo a Eichmann furono quelli della scrittrice e pensatrice ebrea tedesca Hannah Arendt per il New Yorker, poi raccolti e riorganizzati nel libro “La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme”, pubblicato nel 1963 (nel 1951 Arendt aveva già pubblicato il suo capolavoro di filosofia politica, Le origini del totalitarismo, un classico nella storia del pensiero politico del Novecento).

Per lei Eichmann rappresentava «l’assenza di pensiero» cioè l’assenza di una dimensione interiore etica della coscienza. Tale assenza di pensiero era anche assenza di responsabilità, ossia incapacità di elaborare il significato del proprio agire e dunque le sue conseguenze.

In un altro scritto, per spiegare meglio la sua posizione, Arendt fece riferimento alla massima socratica “meglio subire il male che farlo” riferita al pensiero che per Arendt significava che era meglio avere a che fare, nel dialogo interiore del sé con se stesso, con un innocente piuttosto che con un criminale. Eichmann, come prodotto dell’ideologia totalitaria, era privo di questo specifico tipo di pensiero. Per questo era banale, perché in lui non c’era un male demoniaco, un male cioè come principio alternativo al bene. Dal processo emerse semplicemente un male come assenza e vuoto.

Daniele Quaglia

tratto da http://www.ilpost.it/2016/01/25/cosa-fu-il-processo-eichmann/

Una risposta a Quando “eseguire gli ordini” è atto criminale

  • de conto gp scrive:

    Processo di Norimberga interfaccia dell’attuale situazione sociale e storica del veneto cke non riesce liberarsi dallopressine illegale vedi leggi internazionali sullautodeterminazione.

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