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Recessione: avanti un’altra

Non abbiamo fatto in tempo a godere di qualche anno di apparente calma economica e già si prospetta un nuovo ciclo di recessione mondiale che i politici tendono a minimizzare ed esorcizzare con massicce dosi di ottimismo. Ma basterà l’ottimismo a fermare la curva discendente dell’economia mondiale ed evitare lo stillicidio di aziende che chiudono o quello dei piccoli imprenditori impreparati al

peggio come avveniva fino a due anni fa?

Daniele Quaglia

La recessione tecnica non esiste. In Italia è recessione e basta.

(di Paolo Bricco da https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2019-02-01/perche-recessione-imprese-c-e-gia-065502.shtml?uuid=AFPRrGE&cmpid=nl_lifestyle )

La recessione tecnica non esiste, la recessione è recessione e basta. Il governo penta-leghista ha trasformato in un progetto politico lo sbeffeggiamento della cultura, considerata strumento di dominio delle élite global-catto-demo. Dunque, bando alle ciance e ai distinguo per economisti con la puzza sotto il naso, non importa che siano laureati in un qualche ateneo di provincia o abbiano preso il master alla London School of Economics o abbiano conseguito il dottorato al Mit di Boston. E, quindi, in coerenza con lo spirito dei tempi ripetiamolo: la recessione è recessione e basta.

Che la recessione sia recessione e basta lo capiranno presto le imprese. Anzi, lo sanno già: perché se c’è una dote che accomuna gli imprenditori italiani è il fiuto. E il vento soffia freddo da tempo, nelle loro narici. In fondo, è andata così. La globalizzazione non va bene. La globalizzazione è piena di difetti. Vero. Ma la globalizzazione, impostasi a partire dai primi anni Novanta è il set economico e sociale in cui le aziende italiane – nella componente minoritaria del 20% a cui si deve l’80% dell’export italiano e l’80% del valore aggiunto industriale – hanno potuto negli ultimi venticinque anni prosperare. Prosperare e, alla fine, non affrontare nemmeno i loro limiti strutturali. Diciamocelo. Le piccole sono rimaste piccole. Poche sono cresciute. Le medie sono rimaste medie. Poche sono diventate grandi. Le grandi hanno in non pochi casi cambiato azionisti, con gli imprenditori italiani che hanno lestamente ceduto il controllo e hanno prontamente monetizzato.

Soprattutto, quel 20% di imprese virtuose non è riuscito ad assumere la leadership del sistema industriale italiano, sospingendo verso l’alto le aziende che – incapaci di rimanere nel circuito della tanto vituperata globalizzazione – sono rimaste insabbiate nel mercato interno, sempre più debole e asfittico, sempre più segnato nelle sue variabili economiche da deficit strutturali quali la giustizia civile e le infrastrutture, la scarsezza della formazione tecnica e il formalismo burocratico della pubblica amministrazione: argomenti molto spesi nei convegni e assai poco praticati negli atti reali delle riforme, per tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi venticinque anni.

Nonostante tutto questo, i prodotti italiani hanno viaggiato da una parte all’altra del mondo. L’economia della globalizzazione è – è stata – una Bazaar Economy: al Bazaar si comprano e si vendono beni finiti, elementi e componenti. E le nostre imprese – una su cinque, almeno, il famoso 20% – hanno prosperato, impedendo al Paese di implodere. Hanno originato ricchezza, creato posti di lavoro, dato identità dentro alla fabbrica e fuori dalla fabbrica. La recessione è recessione e basta. La globalizzazione è brutta e sporca e cattiva. Come è brutta, sporca e cattiva la moneta unica. Quella moneta unica che ci ha esentato dal signoraggio – questo sì – della inflazione, che aveva disarticolato la base produttiva italiane negli anni Settanta, ponendo le condizioni perché non fosse conveniente per gli imprenditori fare crescere di dimensione e di capitalizzazione le loro aziende.

Quella moneta unica che ha permesso a imprese e a famiglie di indebitarsi, negli ultimi dieci anni, con tassi bassissimi. Non vi preoccupate: grazie alla specifica abilità di adoperare la leva del debito pubblico, grazie alla scelta di tutti gli ultimi governi di fare correre la spesa corrente e di quello attuale in particolare di spostare il denaro pubblico dalle imprese alle persone, tutto questo presto finirà: i tassi saliranno presto. E, mentre la domanda internazionale si contrae ogni giorno e la globalizzazione ogni giorno arretra, qualcuno inizierà a non trovare più con molta facilità, al Bazaar dell’economia internazionale, i nostri prodotti. La recessione tecnica non esiste. La recessione è recessione e basta. Andate a parlare con un imprenditore che fa prosciutti a San Daniele del Friuli o che produce componenti per auto a Torino o che realizza scarpe di lusso nella Riviera del Brenta. Vi spiegherà bene che la recessione tecnica non esiste. E, soprattutto, vi spiegherà che la recessione è già qui.

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